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il pianto
Il
pianto è il mezzo di comunicazione più efficace del bambino. Secondo
alcuni studi, una mamma riesce a distinguere il pianto del suo bambino
da quello di un altro nella nursery dell'ospedale, già dopo tre giorni.
Osserviamo un neonato che piange: si dimena, i suoi movimenti sono
disorganizzati, gli occhi sono chiusi serrati stretti o spalancati, il
colore del viso, la rigidità degli arti, i pugni chiusi o le mani
spalancate, il respiro irregolare.. Spesso quando nasce un bambino le
persone chiedono sempre: com'è? Buono?
Equivalgono il pianto all'essere cattivo, di conseguenza i genitori che
lo lasciano piangere si sentono cattivi genitori.
Quando allora un genitore deve preoccuparsi e quando invece può
lasciare che il bambino si sfoghi? Il bambino piange per comunicare un
bisogno fisico e/o un bisogno emotivo. Ha fame, sete, sonno, caldo,
freddo, dolore, necessita di essere cambiato, inquietudine, irritazione,
noia, paura, disagio, paura estraneo, insicurezza, desiderio di
attenzioni, coliche intestinali, scomodità, frustrazione, scaricamento
della tensione.
Alcuni bambini piangono in risposta ad un ambiente non confortevole e
inadeguato.
Capire i diversi tipi di pianto richiederà del tempo, ma i genitori
impareranno in che modo riuscire a calmarlo. Durante le prime settimane
di vita è possibile che, a fine giornata, il neonato abbia un pianto
irritabile e nervoso, poiché il Sistema Nervoso Centrale è ancora
immaturo, è quindi consigliabile ridurre le sollecitazioni e i numerosi
tentativi per tranquillizzarlo.Questa fase scomparirà intorno alle 12
settimane poiché maturerà il sistema emotivo e psicologico. La
caratteristica del pianto e la capacità del neonato di essere
tranquillizzato forniscono previsioni sul carattere del bambino e sui
tentativi che i genitori possono fare per consolarlo.
Già da solo può mettere in atto dei tentativi di auto-consolazione
come succhiarsi il pollice, guardarsi intorno o cambiare posizione.
Intorno al 5 mese compare il pianto intenzionale, che rappresenta un
grande passo avanti verso il processo cognitivo causa- effetto (se
piango otterrò una risposta).
Ciò non ha niente a che
vedere col bambino viziato, che è quel bambino a cui non sono stati
insegnati dei limiti, che non ha ricevuto una disciplina, che ha vissuto
in un ambiente iperprotettivo o troppo asfissiante, e quindi il suo
pianto è lagnoso ed irritabile. Questo comportamento definito di
bambino "viziato" è il suo modo di chiedere limitazioni, di
cui sa per istinto di aver bisogno. |
A partire dai nove mesi e soprattutto nel secondo anno di vita, la
disciplina diventa uno dei compiti importanti dei genitori, per far sì
che il bambino cresca sicuro.
All'inizio del XX secolo, si pensava che rispondendo al pianto del
bambino si contribuiva a viziarlo. Per evitare che i bambini
manipolassero gli adulti, si lasciavano piangere fino a che, stanchi di
urlare si addormentavano esausti. Le mamme spesso nella stanza accanto
si ritrovavano con i loro sensi di colpa.
Negli anni 70, gruppi di esperti dimostrarono che i bisogni dei neonati
sono reali e che essi piangono per motivi veri, in più, coloro che
hanno genitori più sensibili, piangono meno e sono anche più
indipendenti.
Vimala scrive: "A tutti capita, a volte, di piangere, è una
liberazione e piangere tra le braccia di una persona amata lo è ancora
di più".
Attraverso il pianto, il bambino invia dei segnali all'adulto; grazie
alla comprensione dei segnali, l'adulto imparerà ad ascoltare il
bambino e ad aiutarlo nella sua evoluzione.
Biografia
e bibliografia:
IL
BAMBINO da zero a tre anni- T. Berry Brazelton
MASSAGGIO AL BAMBINO: Messaggio d'amore - Vimala Mc Clure
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